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Perché facciamo così fatica con la vergogna?

  • alesefederica
  • 11 feb
  • Tempo di lettura: 2 min

Partiamo con il capire cos’è la vergogna: è un’emozione secondaria, cioè emozioni apprese che si sviluppano con l’interazione sociale e relazionale nel corso della vita.

Si sviluppa intorno ai 2 anni di età, o comunque, quando il bambino ha superato la fase simbiotica con la figura di riferimento ed è in grado di percepire il proprio Sé come individuo. Basandosi, la vergogna, sul possibile giudizio del mondo esterno e dell’altro, il bambino deve essere in grado di comprendere il proprio Sé separato da quello dell’adulto.


È quindi un’emozione che dipende dall’interazione che il bambino ha avuto con le figure di riferimento e successivamente con altri adulti (come le insegnanti) e con i suoi pari (compagni di scuola o amici). I giudizi totali, globali che gli adulti possono dare ai bambini (es. non sei capace a fare nulla, sei sempre il solito, non farai mai niente nella vita) influiscono non solo sulla valutazione dell’azione compiuta ma sull’idea totale del Sé, sviluppando una visione di sé stessi come incapaci, inadeguati, ecc.


La vergogna è maggiore se questa modalità relazione è ridondante e rigida, in cui i bambini vengono continuamente “…umiliati, disprezzati o su cui i genitori fanno pendere la minaccia di non volergli più bene…” (Berti e Bombi, op. cit., pag. 174).


Il rischio per il Sé è talmente grande che conduce i bambini in diverse strade possibili: una di queste è di evitare in tutti i modi lo sbaglio, l’errore, e la conseguente emozione di vergogna. Si può sviluppare una forma di perfezionismo, un disturbo d’ansia, altre psicopatologie, oppure, rimanendo su forme non etichettabili ma socialmente diffuse, un uso massiccio della proiezione, ovvero quel meccanismo di difesa che permette di proiettare sull’altro pensieri, emozioni o impulsi inaccettabili propri, riducendo di conseguenza il conflitto interno e l’angoscia.

In questo modo la persona non vive l’errore e lo sbaglio come parte della vita umana, delle scelte, delle azioni, ma come un qualcosa impossibile da attribuire a sé stesso, spostandolo immediatamente sull’altro.


Un famoso detto popolare spiega molto bene queste dinamiche inconsce: da che pulpito viene la predica!


Non potendo integrare l’errore, ci allontaniamo dalla possibilità di integrare anche la conseguente responsabilità, facendo sì che ad oggi la società sia pieni di ragazzi, ragazze, uomini, donne, che agiscono (acting-out) per non sopportare l’idea di sentire. Sentire quel dolore, quella tristezza, quella vergogna, quell’imbarazzo, quella rabbia.


Il Sé è talmente fragile, di cristallo, da non poter reggere nemmeno l’errore (e la vergogna) di aver parcheggiato male, figuriamoci quello di ammettere una falsità, una cattiveria, una mancanza, uno sbaglio, un odio...un’invidia.


Manca, ancora una volta, la capacità e il coraggio di guardarsi dentro.

 
 
 

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