Impossibile "trovare" l'altro
- alesefederica
- 7 minuti fa
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Martedi mattina. Sala di attesa di un centro per prelievi e analisi.
Entra un uomo, prende il numero e rimane in piedi di fronte alla scrivania della segretaria, dicendo “Buongiorno”.
Non vede che c’è il monitor dei numeri, non si domanda a che numero sono arrivati, non guarda minimamente il fatto che ci siano altre 4 persone sedute.
La segretaria gentilmente gli dice: “Arrivo subito”. Lui la guarda dritta, fissa e rimane lì, a un metro di distanza. Quando la segretaria finisce di portare a termine quello che stava facendo, dice “Prego”. Lui si avvicina.
Una signora, rimanendo elegantemente seduta, e senza alzare la voce, dice: “Mi scusi ma c’ero prima io”.
Il signore si gira e le risponde: “Mi scusi, pensavo fosse in attesa per le analisi”.
Questa frase non ha assolutamente senso dal punto di vista cognitivo, perché la sua deduzione non è basata su nulla, su nessun fatto, ma semplicemente su un errore logico, ovvero che chi sta seduto non è in fila all’interno di una sala d’attesa, ma sta aspettando altro, ha già fatto.
Quindi, alle poste, alla banca, al CUP, alle visite mediche, secondo il signore (più o meno sulla 40ina, stessa età della signora) si è in fila solo se si sta in piedi, anche se ci sono sedie e soprattutto se c’è il famoso famosissimo “numeretto”.
Le funzioni esecutive dichiaro bandiera bianca!
Ma non è solo questione di come il nostro cervello non funzioni praticamente più, ma è una questione relazionale.
L’altro non c’è, non esiste, non può esistere al nostro sguardo, perché non siamo più in grado di entrare in relazione con l’altro. Se non per combattere, per offendere, per controllare, per odiare, perché l’altro ci mette in discussione, la relazione con l’altro ci espone alla vergogna, alla tristezza, al dolore, alla paura, alla solitudine. Ci espone a noi stessi.
E per evitare tutto questo, noi evitiamo l’altro.
Come avete letto nell’esempio, non si tratta di civiltà o educazione, o comunque non è questo il caso, perché il signore è stato gentile e rispettoso quando gli è stato fatto notare il suo sbaglio, si tratta proprio di relazione e di dinamiche interne che non riusciamo a vedere.
Non le vediamo perché ci stiamo dentro, ma non dentro un attico a New York, siamo in un pozzo profondo, dove non si vede più nulla. pensiamo che sia tutto normale, guardiamo le pareti umide, bagnate, scivolose e crediamo sia quello che abbiamo sempre vissuto; nero, grigio, buio, umido, freddo che ti entra nelle ossa, i piedi e le gambe bagnati, i pantaloni usurati; ma per noi è tutto normale.
Pur di non soffrire, di non entrare in contatto con le nostre fragilità, abbiamo voluto credere che il pozzo fosse la soluzione migliore. O la distruttività, la guerra, il sangue: se non sto nel pozzo, sto in giro a uccidere l’altro, voglio distruggerlo perché lui mi sta facendo vedere la mia condizione, il mio essere. Oppure faccio un periodo nel pozzo e poi esco, per andare a sfogare la mia rabbia e dare ampio spazio alla disregolazione emotiva che non so di avere e quindi non sto gestendo!
Questo ha incrinato la società, il senso di civiltà, la tolleranza, la solidarietà, l’uguaglianza, la libertà, la fraternità.
Tanti pensano che la psicologia riguardi solo l’individuo “malato”, quello con la depressione, quello con l’ansia, con gli attacchi di panico, ma non sanno che Freud nel 1921 scrisse “Psicologia delle masse a analisi dell’Io”, non sanno che esiste la psicologia sociale, non sanno che Luigi Cancrini nell’Oceano Borderline parla di Hitler, Stalin e le masse di folli che li hanno seguiti, non sanno che le dinamiche psichiche, emotive, relazionali, inconsce, familiari, sono dietro a tutto, a qualsiasi azioni che compiamo, a qualsiasi scelta che facciamo, a qualsiasi vita che scegliamo.
No, purtroppo non la sanno. Perché in terapia non ci vanno e perché insieme al nostro lobo frontale, alla relazione con l’altro e alla civiltà, hanno messo le mani anche sulla competenza.



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